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Pendolare per 5 minuti in più

Qualcosa di banale, qualcosa di scontato.
Mentre mi trascino da una parte all’altra della tanto agognata città mi viene voglia, guardandomi intorno, di fare il resoconto di questi due anni trascorsi a molestare il resto della gente che prova “invidia” per me, che ho avuto il coraggio di mollare la “mala Italia” ed essere qui, in questo agglomerato sociale di menti ibride. La fortuna di essere qui a tempo indeterminato con la rabbia che giornalmente si espande dentro me.
Si, ho avuto coraggio, due anni a sopportare il “meritato” (perché italiano significa tante brutte cose) razzismo di questo popolo incoerente e pieno di contraddizioni, di questa gente fiera di essere la propria storia, i propri difetti e la propria arroganza.
Attitudini incoerenti, che si mescolano a questo “eurocentrismo latente”, lo stesso eurocentrismo che ha portato in questa Capitale tutto quello che mi ha fatto amare questa città.
Mi perdo nella discussione tra due malisiani, che vicendevolmente, in modo estremamente animato, si scontrano su quanto sta accadendo nel loro Paese, il lontano Mali, dove non possono stare. E dal loro sguardo, spaventato e nostalgico e arrabbiato, percepisco, anche se con parametri completamente diversi, la loro indignazione e la loro amarezza di fronte alla distanza, per non essere sul proprio territorio, vicino alla propria gente a cambiare le cose, che non sia soltanto difendersi da una cultura arrogante che probabilmente nemmeno si rende conto della posizione strategica di questo Paese, utile a soddisfare queste realtà date dai bisogni continui che, come si vuole dimostrare, non siamo più in grado di soddisfare.
E questi due signori animati da questo dignitoso sfogo, nemmeno loro comprendono a pieno le strategie e spesso al nemico dicono grazie, mentre a Parigi, in questa metropolitana, noi siamo persi nel nostro nichilismo, nel nostro non voler nemmeno sapere cosa succede in un mondo troppo distante. Mi son fermata a parlare con queste due persone, abbiamo fatto un pezzo di strada insieme e nel tragitto la loro meraviglia era per il mio interesse alla questione. E avevano voglia di raccontarmi delle loro famiglie, delle zone pericolose e di tutte quelle dinamiche non esplicabili nelle pagine dei giornali nazionali, il loro pensiero “grezzo” non abbellito dal politichese e da quel modo elegante di spiegare le cose perché non se ne comprenda a pieno il significato. Questa è la Parigi metropolitana che amo, quella che diventa un vero viaggio, che non ha frontiere, che non ha le barriere dei limiti de “la pensée parisienne”, i padri di un socialismo di cui portano alta la bandiera e di cui non riconoscono nemmeno il lontano significato, ridotto ad un modo di vestire, ad una semplice, banale tendenza. (Sharon Belli)

Foto di Sharon Belli

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