Atuttapagina.it

Frosinone, un nuovo modo di pensare l’edilizia

Frosinone: migliaia di metri cubi di cemento. Ancora e ancora. Non si può che restare stupefatti, quasi increduli, rispetto all’ipotesi di nuove costruzioni in viale America Latina (circa 22.000 metri cubi), via Cosenza (3.800), via del Rifugio (4.000), via del Cipresso (5.500), viale Napoli (2.800).
Non si tratta di essere romantici ambientalisti per comprendere l’insostenibilità ambientale ed economica di una scelta del genere che rischia di continuare a lacerare il corpo, già straziato, di questa città.
La nostra è una città dall’identità incerta, tanto che noi frusinati fatichiamo ad identificarla come una ex zona agricola, una vecchia città industriale, una città commerciale o di servizi, in cui domina la bruttezza figlia di speculazioni e proprio questa irrisolta ricerca d’identità rende Frosinone un’eterna incompiuta.
Ma che città vogliamo noi da qui a dieci-venti anni? Possiamo permetterci di trafiggerla e ferirla definitivamente imboccando la solita, inutile e trapassata scorciatoia dell’edilizia tradizionale, pensando che possa essere l’unico motore di sviluppo della nostra città? E’ possibile che solo a Frosinone “ricucitura” voglia dire mettere un nuovo palazzo tra altri due già esistenti?
Né può essere legittimato il principio secondo il quale, vista la situazione delle casse comunali, si possa affidare a privati la riqualificazione di intere porzioni di territorio, senza che il comune vigili sui risultati di tali riqualificazioni e senza che si tenga conto che il termine “territorio” debba coincidere con la definizione di “paesaggio”. Luminosi esempi come la (non) piazza Risorgimento, lo spazio antistante le ex carceri, sono lì a dircelo ogni giorno.
Il profondo stato di difficoltà in cui versa l’edilizia italiana, compresa quella ciociara, è legato all’altissima percentuale di invenduto rispetto al costruito. Basterebbe fare un giro in città per osservare gli stabili terminati nell’ultimo triennio in viale America Latina, via Aldo Moro, via Fedele Calvosa, via La Botte: ci si renderebbe conto che giacciono stabili nuovi che rischiano una vita da fantasmi dopo solo pochi mesi dalla loro ultimazione. Sull’invenduto si avvita la crisi dell’edilizia innescando una spirale perversa che vede coinvolti tutti gli attori, dai costruttori che sull’invenduto pagano l’Imu, agli istituti bancari sofferenti, ma soprattutto all’indotto, fatto di piccole imprese edili, operanti in subappalto, falcidiate da lunghissimi o mancati incassi che ne hanno decretato la quasi totale estinzione.
Guardando ciò che accade nelle regioni più virtuose e soprattutto nel nord dell’Europa, dove proprio l’edilizia, attraverso la costruzione di case che riducono la dispersione di energia, recuperano le acque, sono autonome da un punto di vista energetico e assicurano caldo e freddo attraverso processi geotermici, ha trainato la ripartenza dell’economia, viene subito in mente una domanda che riteniamo sia la chiave nella strategia da attuare: in questo territorio è in crisi l’edilizia o il modello edilizio che si propone? Negli anni ’80 il quartiere Cavoni fu il primo grande impulso all’espansione abitativa della città. Da quel momento il modello costruttivo non è mai cambiato e negli ultimi anni non ha mai affrontato il tema vitale del Bio e del conseguente utilizzo di energie alternative. E’ giunta l’ora di imporre, a fronte della concessione di nuove licenze edilizie, il rispetto dei nuovi standard di bioedilizia e risparmio energetico.
L’amministrazione, prima di autorizzare nuove costruzioni, leghi la propria azione di sviluppo edilizio al recupero e alla cura dell’esistente, magari incentivando i proprietari degli stabili con un alleggerimento dell’imposizione comunale complessiva, concertando con le banche del territorio finanziamenti agevolati ad hoc. Da anni, ad esempio, si parla di “piano colore”, una leggenda metropolitana che dovrebbe essere trasformata in realtà nella fase di ripristino e tenuta come regola affrontando la nuova edilizia. Questa città ha bisogno di essere ristrutturata e non nuovamente costruita. Ha bisogno di essere valorizzata nei suoi luoghi più cari e non di essere dimenticata, questa città ha bisogno di bellezza: non sono solo le infrastrutture ad attirare nuovi cittadini. Non è radical chic pretendere di iniziare a pensare un città usando concetti come estetica, giustizia, bellezza, paesaggio, piano, progetto, parole antiche che creano contesti moderni. Non è possibile che al grigiore dovuto all’assenza di bellezza e responsabilità le persone finiscano per abituarsi e che lo percepiscano come un connotato normale e inevitabile del proprio ambiente.
Carlo Petrini ha detto che «il paesaggio non può essere soltanto bello, ma deve essere un’armonia profonda tra chi quel paesaggio lo vive, lo plasma, ne gode», ecco, restituiamo la città di Frosinone a questo concetto affinché cominci ad essere di chi la vive e non assomigli solo a chi la governa e l’ha governata. (Armando Mirabella e Cristiano Surina – Partito Democratico, Circolo di Frosinone)

Potrebbero interessarti

Commenti

Questo sito utilizza i cookies; utilizzando il nostro sito web l'utente dichiara di accettare e acconsentire l'utilizzo dei cookies.
Ulteriori Informazioni