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La vicenda di Asia Bibi approda alla Regione Lazio

Via libera al Consiglio regionale del Lazio alla mozione per “intraprendere ogni utile  iniziativa per sensibilizzare l’Ambasciata del Pakistan in Italia al fine di scongiurare la condanna a morte di Asia Bibi e consentirne la sua definitiva liberazione e per sostenere il Governo italiano nell’azione diplomatica intrapresa per annullare la condanna a morte di Asia Bibi”.
Asia Bibi è una donna cristiana cattolica condannata a morte in Pakistan con l’accusa di aver offeso il profeta islamico Maometto. La sentenza è stata emessa nel 2010 da una corte del distretto pakistano di Nankana, nella provincia centrale del Punjab. In Pakistan la blasfemia è un reato punibile con la condanna a morte.
La vicenda risale al giugno 2009, quando ad Asia Bibi, una lavoratrice agricola, viene chiesto di andare a prendere dell’acqua. A quel punto un gruppo di donne musulmane l’avrebbe respinta, sostenendo che lei, in quanto cristiana, non avrebbe dovuto toccare il recipiente e si sono quindi rivolte alle autorità sostenendo che lei nella discussione avrebbe offeso Maometto. Asia Bibi, picchiata, chiusa in uno stanzino, stuprata, infine arrestata pochi giorni dopo nel villaggio di Ittanwalai, ha negato le accuse e ha replicato di essere perseguitata e discriminata a causa del suo credo religioso.
Oltre un anno dopo l’arresto il giudice Naveed Iqbal emette la sentenza, nella quale esclude «totalmente» la possibilità che Asia Bibi sia accusata ingiustamente, aggiungendo inoltre che «non esistono circostanze attenuanti» per lei. La famiglia ha presentato ricorso contro la sentenza.
Nel dicembre 2011 una delegazione della Masihi Foundation (Mf), ONG che si occupa dell’assistenza legale e materiale di Asia Bibi, ha visitato la donna in carcere. Le sue condizioni di igiene personale erano terribili e le sue condizioni di salute, sia fisica che psichica, sono apparse critiche. Secondo Haroon Barkat Masih, direttore internazionale di Mf, Asia Bibi ha comunque espresso parole di perdono nei confronti dei suoi accusatori: «In primo luogo vivevo frustrazione, rabbia, aggressività. Poi, grazie alla fede, dopo aver digiunato e pregato, le cose sono cambiate in me: ho già perdonato chi mi ha accusato di blasfemia. Questo è un capitolo della mia vita che voglio dimenticare». La donna ha quindi espresso il desiderio di poter tornare alla sua famiglia.
Nel 2012, secondo alcune fonti, Qari Salam, l’uomo che ha accusato Asia Bibi di blasfemia, avrebbe dichiarato di essersi pentito di aver sporto la denuncia, che sarebbe stata basata su pregiudizi personali ed emozioni religiose esasperate di alcune donne del villaggio. L’uomo starebbe quindi pensando di non portare avanti l’accusa, ma sarebbe comunque in difficoltà perché sotto pressione da parte di organizzazioni fondamentaliste islamiche.

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