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Tavolo sulla Valle del Sacco, la posizione di Retuvasa

Lo scorso 19 novembre si è svolto presso il Consiglio regionale del Lazio il primo incontro volto all’istituzione di un Tavolo tecnico sulla Valle del Sacco presso l’VIII Commissione regionale, con l’adesione degli Assessorati all’Ambiente e alle Politiche Agricole. Ad oltre quindici giorni da quell’incontro è opportuno fare il punto del processo che il tavolo, almeno nelle intenzioni di chi lo ha promosso, vorrebbe avviare.
La nostra associazione, che nel 2010 aveva già collaborato al tavolo di confronto e laboratorio preliminare alla stesura del MasterPlan “L’energia di un territorio”, promosso dalla Fondazione Kambo, non ha fatto mancare, in questa nuova fase, il suo contributo. Essenziale non è però il contributo di questa o quella associazione, quanto l’avvio di un processo di partecipazione alla trasformazione e alla riprogettazione del territorio delle diverse realtà ambientaliste, economiche, culturali e sociali. L’incontro ha offerto una serie di contributi utili ed interessanti, ma non ci sembra sia stato in grado di delineare compiutamente una prospettiva sistemica, forse proprio per la natura propedeutica dell’evento.
Non si tratta di un percorso agevole. D’altra parte è quanto esplicitamente dichiarato tra i compiti del tavolo. Soprattutto, è la condizione necessaria per fare piazza pulita delle pratiche con cui si è affrontata sino ad oggi l’emergenza ambientale e sociale che caratterizza la Valle del Sacco.
Ci rendiamo conto che è difficile uscire da decenni che hanno visto le pubbliche amministrazioni  dismettere progressivamente risorse, funzioni, capacità di governo del territorio, di intervento strategico e che questo processo disgregativo non ha fatto emergere le vocazioni del territorio. I cittadini, di conseguenza, si sentono sempre più estranei alla vita delle istituzioni stesse. E’ necessario, quindi, valorizzare il principio costituzionale della sussidiarietà, per cui lo Stato lascia spazio all’auto-organizzazione del territorio. E lo stesso Ente Regione deve rivedere i suoi metodi di governo, che hanno favorito, negli anni scorsi, avventure economiche che lasciano macerie sotto il profilo sociale, occupazionale e ambientale. Basta guardare a quanto è successo nel settore dei rifiuti, dove si è sperperato denaro pubblico per finanziare attività che lasciano debiti e criticità ambientali.
Pensiamo che la popolazione debba essere protagonista e che le istituzioni abbiano il ruolo di facilitare la capacità di cooperazione e di condivisione delle conoscenze e delle capacità: “Animare il territorio” per farne emergere le vocazioni, le potenzialità, la messa in rete di risorse e di competenze. Per questo è necessario un radicale cambio di metodo.
E’ necessario motivare chi sino ad oggi non ha avuto voce in capitolo sulle decisioni riguardanti il territorio, offrendo facilità di accesso a luoghi dove prendere parola e contribuire a progettare e decidere. Non si realizza questa condizione accentrando il processo nei luoghi e nei tempi dell’istituzione regionale. E’ necessario viceversa costruire tavoli che si armonizzino con l’articolazione della Valle del Sacco in macroaree, così come le diverse dimensioni ambientali, economiche e culturali, partendo dal territorio. Nell’ottica di un processo che, pur avendo ora un ruolo critico, divenga permanente.
Lo scorso 19 novembre sono stati proposti a titolo di progetti di bonifica contributi diversi da parte di Università e centri di ricerca. Non sempre raccordandosi agli studi pregressi. Il modo ottimale di valorizzarli – evitando cordate e lavoro di corridoio – è la creazione di un luogo dove le competenze collaborino, i progetti si confrontino in modo trasparente, rendendo pubblici percorsi di ricerca e proposte di sperimentazione. Dalla cooperazione del mondo della ricerca deve nascere altresì una comunicazione efficace, rendendo i cittadini capaci di comprendere e valutare il processo.
La completa disponibilità delle conoscenze e delle informazioni, la totale trasparenza delle procedure sono indispensabili per costruire la partecipazione della cittadinanza e delle reti associative. Corrisponde peraltro a criteri di giustizia e costituisce il metodo necessario per attivare tutte le risorse e le competenze disponibili sul territorio, per attivare quindi un reale processo di innovazione.
La Valle del Sacco non è un’isola, pur nella sua drammatica originalità. Esistono pratiche, esperienze concrete a cui fare riferimento – la citazione di quella della Ruhr vale per tutte –  ed è venuto il momento di acquisire, organizzare e rendere disponibile la forma peculiare di conoscenza che nasce dal confronto di quelle esperienze che riguardano soluzioni tecnologiche di vario genere, modelli organizzativi ed istituzionali, forme di cooperazione e comunicazione. In sostanza, i vari piani di attività che contribuiscono a costruire un processo di trasformazione partecipato, consapevole ed efficace.
Allo scopo è necessario coordinare, organizzare e valorizzare quanto si è fatto in questi anni e si sta facendo da parte di attori diversi, sono necessarie competenze e professionalità non semplicemente formali, ma anche acquisite sul campo.
Opportuno in questa sede entrare anche nel merito di alcuni contenuti espressi da alcune associazioni di categoria lo scorso 19 novembre e forse ridondanti nella successiva copertura mediatica.
Ci riferiamo in particolare al progetto di distretto agroenergetico, che prevede la produzione su larga scala di biomasse con funzione di fitorimedio destinate infine alla combustione (nell’ordine dell’impatto, incenerimento – pirolisi – digestione anaerobica). Riteniamo che questo contenitore concettuale e operativo, finora sostanzialmente fallito nonostante cospicui tempi e risorse impiegati, non sia compatibile con la riduzione dell’inquinamento della Valle. Tali coltivazioni rischierebbero di non investire solamente le aree ripariali, presumibilmente ancor oggi inquinate (in assenza di specifici e puntuali monitoraggi dei terreni) o che rischiano di esserlo alla prossima esondazione del fiume Sacco (il beta-HCH è concentrato nel sedimento fluviale), ma di estendersi oltre misura, innescando vere e proprie filiere produttive alternative all’agricoltura tradizionale. La filiera delle biomasse che finiscono in fumo non è compatibile con la riduzione dell’inquinamento della Valle; casomai conviene concepire un eventuale utilizzo di biomasse con funzione di fitorimedio in chiave produttiva, entro lo strumento principe degli ecodistretti industriali, o comunque non collegata a filiere agroenergetiche. Riproporre il distretto agroenergetico come chiave di volta del processo è comunque miope soprattutto perché decontestualizza un tassello di un puzzle molto più ampio, dove convergono, anche sulla scorta dell’esempio della Ruhr, riqualificazione paesaggistica e idrologica della Valle del Sacco, sua fruibilità sociale e turistica, promozione dell’agricoltura tradizionale, dei percorsi artistico-culturali, ecodistretti industriali e innovazione tecnologica nel settore produttivo e nei servizi.
Riteniamo infine importante sottolineare il ruolo essenziale e propedeutico, per interventi di risanamento ambientale e di valorizzazione paesaggistica e sociale delle aree ripariali, di un approfondito studio idrologico del fiume Sacco, mai eseguito in passato.
In conclusione, desideriamo ringraziare per aver avviato il percorso del Tavolo regionale e per la presenza sul territorio i consiglieri Daniela Bianchi e Cristiana Avenali, tutti coloro che si sono attivati e, fin d’ora, chi si attiverà. (Retuvasa – Rete per la Tutela della Valle del Sacco)

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