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Frusinati tra… ieri e oggi

Frosinone è una città che cambia.
Ebbene sì. Nonostante il disfattismo e il pessimismo frusinate e il solito ritornello “aesse nen cagna mai niente”, il Capoluogo cambia, muta, si trasforma. La modernizzazione, non potrebbe essere altrimenti, colpisce anche la Ciociaria. E se nei ricordi passati e per qualche sfottò calcistico siamo contadini e pecorari, sempre più distante è l’immagine della Frosinone “campesina” da quella odierna più post modernista, con grossi capannoni abbandonati e palazzi che nascono per restare vuoti.
Nel processo di cambiamento che toccò le case contadine di via Aldo Moro, all’inizio del 2000 entrò anche la tenuta della Contessa De Matthaeis, al cui centro sorge quella che oggi è la Villa Comunale e che prima del restauro era nient’altro che una costruzione diroccata circondata da alberi da frutto e vegetazione spontanea.
Noi classe 1981 forse siamo tra gli ultimi a ricordarla così, ultimi tra generazioni di predatori alla ricerca di polpose merende. Ultimi ricercatori di scorci cittadini dove più grandi portare le nostre amichette alla ricerca di altri e più divertenti frutti proibiti.
Chiamarla “villa” viene piuttosto facile oggi, ma per chi passava in pieno centro quel rudere abbandonato era solo un’icona di una città fatta di contadini e artigiani che piano piano svaniva, lanciata a 200 all’ora contro il muro dell’industrializzazione e della conseguente crisi.
Oggi, dicevo, la Villa Comunale è uno spazio ristrutturato, con un verde ordinato che offre ai bambini giochi e spazi liberi su cui correre, ritrovo estivo di suggestive ambientazioni serali, parco piacevole in cui correre, muoversi, lasciarsi andare a qualche ora di relax. Un luogo di incontro e scontro generazionale, intersecarsi di cittadini da diverse epoche.
Ed è proprio qui che, come trasportati da altre epoche, strappati da un’altra dimensione, in viaggio su una macchina del tempo e approdati nel 2014, resistono frusinati che sentono forte il richiamo della terra: “ciociarite” genuina da sonetto pariniano, fatta di mani forte e schiene piegate.
Mentre tutto corre e il tempo va, tra l’andirivieni di auto a inseguirsi lungo strade, nel lento incedere della frana, sotto il sole battente un paio di donne colgono ancora la cicoria noncuranti di risatine, possibili battute e del sottoscritto che prende la mira e fotografa un passaggio temporale, affresco di speranza per una città i cui abitanti dovrebbero sentire forte il bisogno, la necessità, di sporcarsi le mani di terra riscoprendo appartenenza e legame, origini umili ma naturali per questi luoghi.
Frusinati tra ieri e oggi, collocati in uno spazio in cui entrano di prepotenza a rubare la scena di questi giorni febbrili.
Esistono, resistono anche per noi. (Alessandro Vigliani)

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