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Ambiente, comitati e movimenti: dal governo decreto che protegge chi inquina

Matteo RenziIl recente Decreto 91/2014 pubblicato il 25 giugno sulla Gazzetta Ufficiale sarà ricordato come una delle più lucide operazioni di rimozione “sulla carta” dei problemi di contaminazione dei siti inquinati. Più che un decreto “Ambiente protetto”, come è stato incautamente definito dal ministro, una norma “Inquinatore protetto”.
Partito, secondo le dichiarazioni del ministro Galletti, con il positivo intento di semplificare le farraginose procedure delineate dal Testo Unico dell’Ambiente, si è trasformato in un vero e proprio invito a nascondere la polvere inquinata sotto il tappeto. Dopo il caso dei poligoni militari trasformati in aree industriali per alzare i limiti di legge per la contaminazione dei suoli, il Decreto contiene una norma ancora più grave che riguarda tutti i siti inquinati italiani, anche quelli ancora da scoprire.
In un Paese dove le notizie sulla corruzione nel mondo dei rifiuti e delle bonifiche sono all’ordine del giorno si demanda tutto al privato in un vero e proprio Far West, dove a rimetterci sono solo le comunità che vivono nelle migliaia di luoghi inquinati del Paese.
La norma prevede che il primo passo sia fatto dall’inquinatore (o dal proprietario dell’area inquinata), che presenta direttamente un progetto di bonifica autocertificando la veridicità dei dati della contaminazione, senza alcun controllo, anche a campione, da parte dell’ente pubblico.
In questa fase emerge un primo problema: come farà l’ente pubblico a verificare l’esatta estensione della contaminazione, visto che è lecito attendersi dai privati una sottovalutazione del reale stato di inquinamento? Ad esempio: si seguirà tutto il corso di un fiume per scoprire l’area esatta interessata dall’inquinamento partito da una fabbrica posta a monte?
A quel punto la procedura prevede una rapida approvazione da parte dell’ente pubblico del progetto di bonifica (90 giorni; ricordiamo che il Ministero dell’Ambiente per i Siti nazionali di Bonifica convoca le conferenze dei servizi se va bene con una media di una l’anno per sito).
Approvato il progetto, il privato realizza la bonifica. Solo a quel punto presenta un programma di analisi (il cosiddetto Piano di caratterizzazione) delle aree su cui si è intanto intervenuti. Il Piano deve essere esaminato, prima della sua realizzazione, dagli enti pubblici in 45 giorni e vale il silenzio-assenso.
Qui si pone un secondo problema. Dice un detto: «Chi cerca trova, chi non cerca non trova». Le sostanze tossiche sono centinaia e attualmente ci sono dei criteri minimi per cercare un certo numero di queste sostanze sulla base delle lavorazioni che hanno interessato il sito. Questo decreto invece dà la massima libertà ai privati di scegliere quali sostanze cercare. Considerando che i costi di analisi e bonifiche sono strettamente collegati al tipo di sostanze, ci si può aspettare che i privati provino a presentare piani di caratterizzazione minimali con pochissime sostanze. Poiché queste scelte spostano decine di milioni di euro si potrà immaginare la pressione per far decorrere inutilmente quei 45 giorni in modo tale da avere il silenzio-assenso, sollevando anche gli enti da qualsiasi responsabilità in caso di mancata risposta.
A questo punto si fanno le analisi vere e proprie per vedere se la bonifica è stata efficace e, finalmente, si prevedono le controanalisi da parte dell’Arpa locale. Ma su cosa? Ovviamente solo sui parametri indicati dal privato. Inoltre attualmente le Arpa fanno le controanalisi solo sul 10% dei campioni. Insomma, ci sarà un’altissima probabilità di avere bonifiche solo sulla carta.
Stop Biocidio Lazio e Abruzzo
Coordinamento Nazionale Siti Contaminati
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

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