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Frosinone, a teatro con una Medea riletta in chiave moderna

Medea teatroIeri sera l’inaugurazione della rassegna “Nuovi linguaggi” nell’ambito dell’Officina culturale “Casa d’Arte” di Errare Persona è stata premiata da un’ottima affluenza di pubblico, che ha assistito, nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, alla messa in scena della pièce “Ninetta e le altre – Le marocchinate del ’44”. Presenti all’apertura anche l’assessore regionale alla cultura Lidia Ravera e il sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani. La rassegna dedicata al teatro contemporaneo proseguirà sabato alle 21 all’auditorium Paolo Colapietro di Frosinone con “M.e.d.e.a. Big Oil” del collettivo InternoEnki, spettacolo vincitore del premio Scenario per Ustica; testo e regia di Terry Paternoster, con gli attori del Collettivo InternoEnki Maria Vittoria Argenti, Teresa Campus, Ramona Fiorini, Chiara Lombardo, Terry Paternoster, Mauro F. Cardinali, Gianni D’Addario, Donato Paternoster, Alessandro Vichi.
M.e.d.e.a. Big Oil è una rielaborazione contemporanea del mito di Medea, proposta secondo una linea di trasposizione anti-canonica ben marcata, che colloca la vicenda nella Basilicata petrolizzata: il titolo deriva dall’acronimo del master in Management dell’Economia dell’Energia e dell’Ambiente organizzato dall’Eni. «La trasposizione scenica del lavoro sul campo è stato il frutto di un altrettanto duro lavoro, che cerca di far camminare sullo stesso binario antropologia, impegno civile e ricerca teatrale, con il fine ultimo di raggiungere e costituire un linguaggio in grado di “svegliare”», nelle parole dell’autrice e regista Terry Paternoster. Ciò che si propone lo spettacolo è la ricostruzione di un innamoramento senza corresponsione d’amore: l’eroina tragica è, nella rilettura data, una donna lucana tradita dallo “straniero”, il Big Oil-Giasone, non casualmente affidato a una compagnia petrolifera. Lo straniero-invasore è l’amante infedele che non restituisce il “bacio” ricevuto, che non mantiene la promessa d’amore, di crescita e di lavoro a un paese che regala ricchezza per riceverne in cambio povertà.
«Ci siamo uniti perché spinti da una comune esigenza di rinnovamento, perché desiderosi di proporre un nuovo teatro: ignorante, scortese, rinnovato e “in-civile”, un teatro dissacrante e “politico”, un teatro che parli di fatti e non di notizie. Abbiamo definito il nostro teatro in-civile perché rifiutiamo la retorica dei buoni costumi», dice di sé il Collettivo InternoEnki. «Ricerchiamo un teatro che nasca e respiri in mezzo alla gente, un teatro epico che non sia rinuncia al “qui ed ora” e che mantenga fissamente il suo sguardo al passato, a quella Polis che era partecipazione dei cittadini al governo e che, non casualmente, poneva un teatro al centro della vita quotidiana».

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