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Un popolo troppo a lungo sconosciuto, la storia dei Volsci è anche la nostra

Scavi De Matthaeis«La storia la scrivono i vincitori», si dice. Roma fu un’entità storicamente così imponente, così impressionante e così multiforme da mettere facilmente in ombra, con le sue guerre di annessione e assimilazione, con le sue re-interpretazioni e i suoi rimaneggiamenti storiografici e culturali, chi l’ha preceduta. I popoli stanziati nel Lazio (Latium vetus, antico, e Latium adiectum, “aggiunto”) prima che Roma accrescesse il suo dominio formavano un mosaico così fitto ed eterogeneo da lasciarci in eredità un patrimonio tanto inestimabile quanto sommerso. C’era altro, prima di Roma, molto altro. E c’è anche tanta nebbia, a nascondere. Un ampio gruppo umano, composto da varie stirpi, a un certo punto della storia antica prese a stanziarsi lungo la dorsale appenninica, dall’Umbria alla Calabria: erano gli Italici. Popolazioni di eccezionale resistenza e spiccate capacità di adattamento, di costumi predatori e transumanti, che per qualche motivo si mossero, in massicce e molteplici ondate migratorie, da qualche luogo dell’Europa centro-orientale. Lo fecero per oscuri motivi, forse legati a contese e invasioni da parte di popolazioni più forti. Gli studiosi non sono concordi sulla definizione precisa della loro “Uhremait”, ovvero del luogo di provenienza, ma sembra evidente che quel territorio originario li accomuni a tutti i popoli che in quei lunghi secoli si sono sparsi per l’Europa, con modi e tempi differenti. Come per ognuno di loro (Celti, Illiri, Slavi, Anatolici, ecc.) le lingue parlate dagli Italici sono di ceppo indoeuropeo e questa comunanza originaria spiega le strane, stupefacenti somiglianze nei costumi, nei simbolismi e nella religiosità dei loro discendenti, che hanno colonizzato terre così lontane tra loro. In un primo tempo, a partire dal II millennio a.C., giunsero nel Lazio i Latino-Falisci. Intorno al 1500 a.C. fu, invece, la volta degli Osco-Umbri. I Volsci appartenevano precisamente a questa seconda ondata migratoria. Popolo italico, dunque: «ferocior ad rebellandum quam bellandum gens», ci dice lo storico Tito Livio. Opinione vagamente sprezzante, ma comprensibile: Tito Livio era uno storico romano e i romani furono quelli che, infine, piegarono i Volsci rivoltosi dopo due secoli di battaglie e scaramucce. Aria di sufficienza da parte dei vincitori? Forse… Eppure sembra si sia trattato di un popolo selvaggio, ma straordinariamente resiliente e piuttosto evoluto. Un popolo capace di spostarsi e di insediarsi in una geografia ostile e accidentata, di conquistare nuovi territori e di resistere per secoli non lo si può liquidare come un popolo rozzo e disorganizzato. Tra il VI e il V secolo a.C. questa stirpe di migranti scivolava, attraverso l’Appennino Centrale e le sue valli, verso il Tirreno, cosicché si ebbero due popolazioni: gli Ecetrani, dell’entroterra, e gli Anziati, popolo costiero. L’antica Ecetra, corrispondente con probabilità all’attuale Artena, era la capitale dei Volsci Ecetrani; Anzio era, invece, la capitale degli Anziati. In virtù della diffusione e dell’importanza storica di queste genti, che rappresentano le nostre origini più antiche, i reperti volsci sono di straordinario valore archeologico. Si tratta di una popolazione eccezionalmente arcaica, la cui lingua ci è quasi del tutto ignota a causa delle fonti sporadiche e per la maggior parte indirette. Straordinarie scoperte sono la Tabula Veliterna, tavoletta del IV secolo rinvenuta a Velletri nel 1784, e l’accetta plumbea rinvenuta a Satricum nel 1983. E straordinario è il patrimonio che si nasconde sotto il suolo frusinate, l’antica Frusna. Le recenti scoperte che hanno avuto luogo a De Matthaeis, che si aggiungono ai numerosi rinvenimenti occorsi negli ultimi decenni, acuiscono l’amarezza per la generale indifferenza nei riguardi di tali avvenimenti. Si è costruito tanto, troppo, nel corso degli anni; si è scavato con accanimento virulento, per costruire palazzi e infrastrutture, trascurando l’archeologia. Ma l’archeologia è storia, è passato ed è fascino, ed è risorsa culturale ed economica. Non si può tornare certo indietro, abbattendo il cemento che ha occultato larghe porzioni di necropoli, con le sue tombe, gli utensili e i monili. Cionondimeno si deve impedire che venga sepolto ciò che c’è e merita di tornare alla luce: che non si gettino sul nostro passato ulteriori tonnellate di cemento. Che si difenda e rafforzi il senso umano della meraviglia, la facoltà di subire il fascino dell’archeologia. Che si trasformi, in un audace sforzo collettivo di rivendicare la nobiltà delle proprie origini, la Bellezza archeologica in Risorsa e fonte di reddito, in un ciclo virtuoso. Abbiamo un patrimonio in casa e non ce ne accorgiamo quasi. La memoria dei Volsci, del loro giungere e restare qui, del loro conquistare ed essere assoggettati è affidata a noi. Poco sappiamo di questo popolo antico e audace, che rappresenta il nostro passato remoto, se non che fosse in grado di spostarsi e insediarsi con eccezionale adattabilità, di creare strutture possenti come le mura megalitiche e le porte scee (ad esempio l’eccezionale arco a sesto acuto dell’Acropoli di Arpino) e di opporre strenua resistenza nei confronti di Roma arcaica, quell’enormità di forza militare e potere commerciale, destinata a vincere ogni concorrenza e ogni fremito di rivolta, fino a spazzare via il passato che cocciutamente non si accordasse al suo presente. (Paola Polselli)

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