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Giorno del ricordo, un’occasione per riflettere sulle foibe

Quando si celebrano ricorrenze come il “Giorno del ricordo”, eventi che mi stanno particolarmente a cuore, il rischio della strumentalizzazione è sempre altissimo. Oggi è il Giorno del ricordo delle Foibe e ci metterei la mano sul fuoco: i fanatici di sinistra e i fanatici di destra avranno due opposte interpretazioni della celebrazione, entrambe egualmente assurde. Per gli uni sarà un modo per ricordare che le Foibe furono giuste rappresaglie dei titoisti contro un territorio saturo di fascismo. Per gli altri sarà l’occasione per avere nostalgia del Duce e per affermare che i titini volevano morti tutti gli italiani, nessuno escluso. Attenzione a queste derive grossolane. L’Italia orientale fu teatro di un’espiazione storica. La vendetta, come ci ricorda lo storico Gianni Oliva, è frutto di una dimensione privata; lì ci fu, invece, un disegno politico. Tito voleva assestare il proprio confine dove diceva lui, così andavano combattuti tutti coloro che difendevano l’interesse italiano. Questi avversari erano, perciò, non solo fascisti, ma anche indipendentisti o comunque tutti coloro i quali non avevano in simpatia il regime titoista. Eventi pregressi sicuramente condizionarono l’atteggiamento slavo, ma non bastano a spiegare ciò che avvenne.
Quelle morti di cui mai sapremo il numero effettivo e definitivo, per un oscuro ingorgo di fattori, a lungo furono offese dall’omertà: ragioni ideologiche (come potevano, i nostri comunisti, condannare il compagno Tito?); ragioni diplomatiche (potevano forse i Paesi occidentali ammonire chi aveva combattuto contro i nazisti e rinnegato Stalin?); ragioni di Stato (con che coraggio l’Italia, Paese piegato, poteva ricordare uno dei segni più umilianti della sconfitta?). La politica, insomma, condannò all’isolamento, alla sciagura e all’oblio quelle popolazioni. Ma approfondiamo un istante la questione. I nazionalismi in quelle zone iniziarono con la Primavera dei Popoli (1848-49), rafforzandosi dopo il 1866. Il Fascismo ebbe una grande responsabilità nell’esacerbare le tensioni, col mito della “vittoria mutilata” e la costruzione ideologica del “problema slavo”. A partire dal ’22 la volontà di assimilazione forzata e di annullamento culturale condussero a una sorta di “bonifica etnica” del confine orientale. L’8 settembre del ’43, con l’Armistizio, si verificò la tragedia del Regio Esercito e la situazione precipitò del tutto. Gli eccidi durarono dal ’43 al ’45 e furono causati dagli scontri tra tedeschi, italiani (sia fascisti che partigiani) e jugoslavi. A noi interessano soprattutto quelli del ’45, avvenuti a Trieste, Gorizia, in Istria e a Fiume. I combattenti di Tito, in quell’anno, infoibarono gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano, o potenzialmente potevano opporsi, alla politica di Tito. Le cause di questo odio distruttivo (reciproco) furono tante e complesse: le rispettive volontà irredentiste, dettate da un nazionalismo esacerbato; le conseguenze della Grande Guerra; le assimilazioni forzate e la xenofobia dei fascisti; “ordinari” episodi di guerra, spesso sfociati in folli crimini; l’ostilità ideologica dei partigiani slavi (per i quali l’Italia era un Paese socialmente “oppressore”); gli scontri interni alla Jugoslavia, orribilmente cruenti; le caratteristiche violente e punitive del regime comunista slavo.
Con questo intervento ho cercato esclusivamente di sottolineare l’estrema complessità dell’argomento, di cui è assolutamente giusto parlare, che va approfondito e dibattuto dopo decenni di colpevole silenzio. Spero, però, che lo si faccia escludendo le rispettive ragioni delle parti in causa (anzi, di quel che rimane di loro) e che lo si faccia riflettendo sull’inutilità del concetto di “torto e ragione”, visto che l’intreccio di responsabilità è quanto meno imbarazzante. Visto che, come inesorabilmente accade in guerra (e quella fu una guerra balorda), a perire sono stati troppi civili e troppi innocenti sono stati costretti a vivere e a morire nel terrore. (Paola Polselli)

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