Atuttapagina.it

Montanelli, Buzzati, Soldati e altri: quando il Giro d’Italia veniva raccontato da grandi penne

E’  un grande romanzo popolare.  Che ogni anno si arricchisce di un nuovo capitolo. Come l’ultimo, appena concluso a Torino, che racconta la freschissima vittoria di Vincenzo Nibali, in maglia rosa  dopo essere risalito dalle forche caudine di una crisi che sembrava irreversibile. Un trionfo sofferto e per questo ancor più apprezzato. Come  è successo a quasi tutti i protagonisti di una  saga che  prese il via da Milano il 13 maggio 1909.
Quel Giro d’Italia partito da piazza Loreto alle 3 del mattino lo vinse Luigi Ganna, ricevendo un premio di 5.250 lire. Ganna era soprannominato il “Re del fango” per la sua straordinaria resistenza alle avversità climatiche. Era un muratore ed era anche uno dei più forti corridori del ciclismo dei pionieri, insieme a Giovanni Rossignoli, Carlo Galetti e Giovanni Gerbi, quest’ultimo immortalato in una bellissima canzone di Paolo Conte: «Diavolo rosso dimentica la strada/vieni qui con noi a bere un’aranciata/controluce tutto il tempo se ne va».
Eccolo qua il Giro d’Italia. Un lungo viaggio a due ruote che attraversa un Paese passato tra due guerre e profondi  mutamenti sociali e istituzionali. Raccontato non solo dai giornalisti – il ciclismo fino agli anni Sessanta era lo sport più popolare – ma anche da prestigiosi scrittori che, per quasi un mese, venivano “prestati” alla cronaca per raccontare questa avventura ai lettori. Scrittori che diventano  giornalisti e giornalisti che diventano scrittori: talenti della penna  come Indro Montanelli, Vasco Pratolini, Dino Buzzati, Orio Vergani, Manlio Cancogni, Curzio Malaparte, Alfonso Gatto, Mario Soldati, Giovanni Comisso e Cesare Zavattini. Maestri del racconto che, tappa dopo tappa, soprattutto prima dell’arrivo della  tv, portano i loro lettori in un’Italia che non cessa di stupire per i suoi gioielli: i suoi borghi antichi e le sue piazze, i suoi mari e le sue montagne.
«Il Giro d’Italia ha la straordinaria capacità di far sembrare ogni giorno come fosse domenica», scrive Indro Montanelli quando nel 1947 riceve dal Corriere della Sera l’incarico  di seguire la corsa rosa. Il famoso inviato per un preciso accordo non può scrivere di politica perché, a causa del suo passato, sebbene abbia rotto con il fascismo, è in una specie di Purgatorio che lo emendi dai suoi peccati giovanili. Ma il giornalista di Fucecchio, nato nel 1909 come il Giro, non si lascia sfuggire l’occasione di trasformare le cronache sportive in uno straordinario osservatorio di un Paese che sta uscendo dalle macerie della guerra. Sono gli anni di Bartali & Coppi, gli anni del ciclismo “eroico” e Montanelli ne approfitta per fare diventare il Giro un diario personale in cui lo sport e i grandi temi della politica si intrecciano fino a perdersi. Il ciclismo diventa un combattimento leale e quando sulle Dolomiti esplode il duello tra Coppi e Bartali, tra il nuovo campione che avanza e il vecchio «che a testa alta declina», Montanelli prende le parti del vecchio «perché la sconfitta è più nobile della vittoria». Questi articoli, scritti in una prosa ancora modernissima, sono contenuti in un libro (“Indro al Giro, viaggio nell’Italia di Coppi e Bartali, cronache del 1947 e 1948”, Rizzoli, 12,90 euro) che è un piacere leggere proprio per la capacità di Montanelli di far uscire, attraverso vicende apparentemente sportive, le pulsioni di un Paese che vuole rimettersi in marcia anche pedalando in bicicletta.
Ma il grande Indro non è l’unico a raccontare il ciclismo. Dicevamo di Dino Buzzati, inviato al Giro del 1949. Anche Buzzati fa diventare l’epico duello tra Coppi e Bartali una rivisitazione dell’Iliade: «Quando oggi, su per le terribili strade dell’Izoard, vedemmo Bartali che da solo inseguiva a rabbiose pedalate, tutto lordo di fango, gli angoli della bocca piegati in giù per la sofferenza dell’anima e del corpo – e Coppi era già passato da un pezzo -, allora rinacque in noi, dopo trent’anni, un sentimento mai dimenticato. Trent’anni fa vogliamo dire, quando noi si seppe che Ettore era sto ucciso da Achille».
Poesia, epica, ma anche ironia. Come quella che sparge Orio Vergani, celebre inviato del Dopoguerra: «I pranzi del Giro sono lunghi come banchetti nuziali e si può pensare che qualche stomaco si vendichi di lontane privazioni e faccia, anche lui, un po’ di festa perché molti di questi ragazzi arrivano al Giro dal modesto paese della Pasta e Fagioli».
Concludiamo con un altro maestro, Mario Soldati. Anche lui bartaliano, forse perché gli sconfitti piacciono di più dei vincitori: «Anche se per certi aspetti Coppi è più simpatico, io sono sempre stato fedele a Bartali: perché non si drogava, perché cadeva nel fiume e non si ritirava, perché si difendeva dai tifosi a colpi di pompa da bicicletta e poi perché fumava, prima di mettersi in corsa, appena tagliato il traguardo. Fumava e beveva anche un bel bicchiere di vino rosso». Ogni epoca ha il suo doping.

Potrebbero interessarti

Commenti

Questo sito utilizza i cookies; utilizzando il nostro sito web l'utente dichiara di accettare e acconsentire l'utilizzo dei cookies.
Ulteriori Informazioni