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Frosinone, il ciclone Pupi Avati all’Accademia di Belle Arti

Un successo annunciato la visita di Pupi Avati all’Accademia di Belle Arti di Frosinone e la relativa conferenza nell’ambito de “I Giovedì dell’Accademia”, appuntamento ideato dal direttore Luigi Fiorletta e giunto alla sua quinta edizione.
Una folla numerosissima ha accolto il regista bolognese, che ha narrato il film della sua vita, tra le risate dovute agli aneddoti dei suoi film e quel silenzio che ti incute timore, vista la caratura del personaggio che si ha di fronte. Nessun argomento preconfezionato, tutto deciso all’istante, con domande anche da parte del pubblico, hanno caratterizzato il pomeriggio.
Si è parlato ovviamente di cinema, quel cinema che lo ha consacrato nell’olimpo dei maestri nel fantastico mondo del cinema italiano, ma anche di musica. Avati ha raccontato che avrebbe voluto intraprendere la carriera di musicista, suonava infatti il clarinetto in un gruppo Jazz a Bologna, fin tanto che un giovane del posto lo scalzò: quel giovanotto era Lucio Dalla. Tornando al cinema, Avati ha anche detto che l’inizio fu molto difficile e che il suo rilancio fu grazie a Ugo Tognazzi, che per lui lavorò gratis.
Parole in libertà da parte di uno dei più grandi maestri della cinematografia italiana, quelle che Pupi Avati ha riservato alla platea di Palazzo Tiravanti. Divoratore di biografie, scrittore a sua volta di libri di successo, Avati è uno dei grandi maestri del cinema italiano e, nel corso della chiacchierata agli studenti dell’Accademia e alla città, non ha tralasciato l’amore per l’arte, la scrittura e le immagini, che lo hanno reso regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore italiano di indubbia fama. Figlio di un antiquario, accantonata la carriera da musicista a causa dell’incontro con Lucio Dalla che lo ha costretto a fare i conti con la differenza tra passione e talento, Pupi ha trovato la sua strada, illuminato dalla visione di 8 ½ di Federico Fellini. Trasferitosi a Roma da Bologna, ha raccontato Avati, «volli conoscere Federico Fellini del quale aveva molto apprezzato “8 ½” e, quando mia madre mi disse che abitava vicino casa, per tre giorni lo pedinai nelle sue passeggiate finché non trovai il coraggio di avvicinarlo. All’inizio era spaventato, perché si era accorto che lo seguivo, ma poi si sciolse, mi abbracciò e finimmo per diventare grandi amici. Mi invitava sempre alle proiezioni private delle copie lavoro dei suoi film, lo fece anche per il suo ultimo “La voce della luna” e ricordo come, durante la proiezione, telefonava più volte a Giulietta Masina per conoscere le nostre reazioni. Per dire come anche un grande come lui, alla fine della sua carriera, avesse una dipendenza psicologica dagli altri».
Avati ha, inoltre, raccontato dei suoi incontri con Mariangela Melato: «Sul set del mio secondo film, “Thomas e gli indemoniati”, un giorno si presentò sul set una ragazza al posto dell’attrice che avevo scelto dopo circa 200 provini e che era molto differente dalla tipologia cui pensavo per il personaggio. Io la cacciai malamente e lei passò l’intera giornata fuori dalla Chiesa sconsacrata dove stavamo girando. Era buio, stavamo andando via e lei era ancora lì, mi impietosii e le detti il copione, convocandola per il giorno successivo. Quando fu il suo turno, lasciò tutta la troupe a bocca aperta. Vedendola recitare, ho visto per la prima volta cosa fosse la verità».
Parlando dei suoi lavori, emergono i suoi primi due film horror grotteschi e «orgogliosamente provinciali», che avviano Pupi Avati ad una collaborazione con Pasolini e, nel ’76, realizza il film culto “La casa dalle finestre che ridono”, che gli apre le porte al mondo della televisione come sceneggiatore di “Jazz band” e “Cinema”, due produzioni di carattere autobiografico. Da questo momento la carriera di Pupi Avati è costellata di film di successo come “Regalo di Natale”, che avrà un prosieguo con “La rivincita di Natale” (2004), e “Storie di ragazzi e di ragazze” (1989), vincitore di due Nastri d’Argento per la migliore regia e la migliore sceneggiatura.
Pupi Avati è partito dai ricordi della sua famiglia, la madre è stata la prima persona a cui ha confidato che voleva fare il regista e lei lo ha sempre incoraggiato. Poi si è dilungato nel raccontare le storie dei suoi film più famosi, da “Regalo di Natale” a “Storie di ragazzi e di ragazze”, a “Il cuore altrove”. Pupi Avati, nella sua quarantennale carriera cinematografica, si è cimentato con diversi generi, dal thriller al grottesco, dal musical alla commedia, alternando regia e scrittura.

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