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Le origini ciociare dell’albero di Natale del Rockefeller Center

È la vigilia di Natale del 1931 e un gruppetto di uomini vestiti con tute da lavoro, scarponi e cappelli aspetta la paga settimanale nel cantiere di Midtown Manhattan. Lì dietro, un abete decorato con la stagnola che rivestiva i candelotti di dinamite. Quei candelotti erano uno degli strumenti del loro lavoro: far esplodere la pietra per costruire la città del futuro, New York. Il cantiere in cui fanno la fila diventerà il Rockefeller Center. E due anni dopo, con l’apertura di Rockefeller Plaza, l’accensione dell’albero di Natale si trasformerà nell’evento della stagione.
Ormai si perdono nella storia le origini di quella tradizione iniziata dagli uomini che lavorarono al cantiere, quasi tutti immigrati italiani grati per il semplice fatto di avere un lavoro durante la Depressione.
«Fu mio nonno a portare lì quell’albero», dice Steve Elling di Great Barrington, Massachusetts. Suo nonno era Cesidio Perruzza, nato negli anni ’80 dell’800 a San Donato Val di Comino.
Aveva solo la terza elementare e quando arrivò negli Stati Uniti trovò lavoro nei cantieri di scavo, come molti suoi connazionali. Si trattava di un lavoro faticoso e pericoloso, spesso svolto agli ordini di appaltatori irlandesi dal pugno duro, il cui unico vantaggio, rispetto agli italiani, era l’aver attraversato l’Atlantico qualche anno prima.
Il signor Perruzza, e migliaia di uomini come lui, trascorsero la prima metà del ventesimo secolo a scavare la superficie dell’isola di Manhattan per fare spazio al Rockefeller Center, al palazzo delle Nazioni Unite, al Madison Square Garden, alla stazione della metropolitana sulla Sixth Avenue.
«Imparò un po’ per volta, osservando e impratichendosi mano a mano», racconta la più giovane dei suoi 10 figli, Josephine Perruzza Elling, al New York Times. «Fu un trivellatore, poi un addetto alla polvere da sparo per gli scavi e alla fine divenne uno degli addetti alle esplosioni. Ha imparato dalle basi».
Prima di venire negli Stati Uniti, Cesidio Perruzza sposò una ragazza dello stesso centro della Valcomino: Gerarda Cucchi, di 16 anni. Lui ne aveva 19. «Mio padre partì per primo, per mettere da parte un po’ di denaro», dice la signora Elling. «Lasciò l’Italia che lei era già incinta».
Cesidio le spedì per il viaggio un biglietto di prima classe. «Mia madre non sapeva come fosse l’oceano», dice la figlia. «Non sapeva che cosa fosse il gelato. Era una campagnola».
Non tornarono più indietro. Comprarono una casa al 358 di Prospect Place a Brooklyn. In tutto ebbero 10 figli: 3 morirono in tenera età. I signori Perruzza facevano il vino in cantina, usando una pressa che Cesidio aveva costruito con del legname di recupero. «Quando si faceva il vino, ciascuno di noi figli aveva un compito», racconta la signora Elling. «Siccome ero la più piccola, il mio consisteva nel tirare fuori i chiodi dalla scatola e raddrizzarli con un piccolo martello. Bruciavamo il legno nella stufa. Non si buttava via niente».
I suoi fratelli occasionalmente andavano a lavorare con il padre: «Papà voleva che andassero a vedere com’era perché non voleva che finissero a fare il suo mestiere: un mestiere duro, fatto in mezzo al fango, alla polvere, alla neve, al freddo».
Alla fine degli anni ’50 il signor Perruzza andò in pensione per prendersi cura della moglie, la cui salute stava peggiorando a causa di problemi respiratori. La coppia rimase a Brooklyn fino al 1971, anno in cui subì una rapina in casa: i ladri li legarono e li imbavagliarono. Fu un brutto episodio, che li convinse a lasciare la città. Si trasferirono nel Massachusetts, dove morirono l’anno successivo. «Papà a Brooklyn aveva una scatola di dinamite in cantina», dice la signora Elling. «Quando traslocarono, dovettero chiamare gli artificieri».
In “Great Fortune: The Epic of Rockefeller Center” Daniel Okrent scrive di quell’albero del 1931: «L’antenato dell’albero di Natale più famoso del mondo era un abete modesto, piantato tra due pezzi di roccia».
Il ruolo avuto dal signor Perruzza non è documentato al di fuori delle storie tramandate dalla sua famiglia. «Mio nonno organizzò una colletta per comprare quell’albero», dice Steve Elling, il figlio di Josephine. «Ci raccontò che come ornamenti avevano usato anche la carta delle gomme da masticare e la stagnola dei candelotti di dinamite».
I documenti ci danno questa certezza: il signor Perruzza appare in una foto di quella vigilia di Natale. È in fila per la paga settimanale, insieme ai colleghi: immigrati come lui, che costruirono New York dalle fondamenta. E che, lungo la strada, misero un albero. (Francesca Pellas – America 24)

Fonte foto: The New York Times

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