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“Nelle favole non si muore”. La lettera di Roberto Mercaldo al suo amico scomparso Domenico Mulè

«”Il mio migliore amico si chiama Domenico. Ha sette anni, come me, i capelli ricci e porta gli occhiali, perché non ci vede molto bene”. Seconda elementare, primo tema della mia vita, traccia a piacere. Cominciò così la nostra favola. Già, favola, perché tu avevi una bontà e un rigore morale che di solito si trovano solo nei racconti, nei film e in quelle realtà virtuali in cui il bianco è bianco e il nero è nero. La vita è diversa, la vita è un catino di umori variabili, di scelte complesse, di passioni indomabili. La vita è la contraddizione più grande del creato. Tu le sorridevi con quella gentilezza e quella pacatezza per le quali un po’ ti invidiavo, osservatore scrupoloso e sereno, come facessi me lo dirai tra le stelle… Le scuole medie, il Liceo Conti Gentili, la facoltà di Giurisprudenza: io con le mie manie di protagonismo, la mia voglia di prendermi la scena, l’atteggiamento scanzonato e un po’ guascone; e tu sempre al mio fianco, come una coscienza fuori dal mio corpo, un angelo custode immeritato e straordinariamente prezioso. Con tutti ho avuto qualche screzio, almeno per un giorno, un’ora, un minuto. Con te è stato impossibile, anche se fingevo di arrabbiarmi e ti spronavo a non essere così serafico e così indifeso contro le tempeste della vita. Che gioia vederti al mio fianco anche tra i pc della redazione, dal 2000 e per 15 anni di fila. Il mio fedele compagno di avventure, mai sopra le righe, mai troppo contagiato dalla mia voglia di evadere, eppure vicino a me come nessuno. Di tutti coloro che ci lasciano si dice con una certa approssimazione e con la ritualità degli addii che fosse impossibile non volergli bene.
Stavolta è vero e lo testimoniano i messaggi di affetto che dappertutto ti rivolgono amici, colleghi, compagni di questo percorso ondivago e crudele che i più chiamano vita.
In questi ultimi mesi eri davvero felice, a dispetto di quelle cellule del sangue ingiuste e crudeli. Avevi ritrovato il lavoro che amavi, il tuo pc, le pagine di sport. La tua mania certosina di annotare persino i falli laterali, quell’approccio quasi sacrale al lavoro provocavano la mia apparente ironia e ingigantivano il mio affetto. Da bambini, quando giocavamo a calcio, in partite in cui il tempo limite era soltanto il calare della sera, troppo spesso le tue ossa fragili ti regalavano una frattura, ma tu ricominciavi con la stessa voglia e lo stesso sorriso. Erano giorni liberi dai pregiudizi e dagli affanni della quotidianità, quelli in cui la gioia esplode incontenibile e non c’è nulla di più bello di un pallone da prendere a calci, tra i rimbrotti della mamma e gli improperi dei vicini. Ora che dovevamo raccontare le evoluzioni altrui, le ossa fragili non erano più un problema. Dicevano di poterti guarire, pare avvenga nel 95% dei casi, ma d’improvviso l’incubo e quel vortice maledetto di eventi che ha piegato il tuo cuore, troppo buono e generoso per replicare, perché nelle favole non si muore. Sei tornato lì, dove ci sono la pazienza e la bontà assolute, quelle virtù che hai esposto con garbo, senza mai gridare, in un palcoscenico che di te non era degno.
Il rispetto degli altri elevato a sistema, la voglia quasi innaturale di capire e perdonare sempre, senza eccezioni, te li riporti lì, in quel luogo magico dal quale sei disceso mentre la tv proiettava le immagini di Lascia o Raddoppia, un giovedì del settembre 1961.
E stavolta devo scriverlo tra le lacrime, il mio tema: il mio migliore amico si chiama Domenico. Ora che il tempo per lui si è fermato, gli occhiali non gli servono più, perché è nella luce, nelle stelle e nel profumo dei fiori». (Roberto Mercaldo)

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