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Ferentino ricorda il 74° anniversario dell’uccisione del prete-partigiano Don Giuseppe Morosini

“Quel sepolcro non è la fine”. È questo il titolo scelto per il 74° Anniversario del Sacrificio di Don Giuseppe Morosini, che si terrà domenica 25 marzo alle 18 e venerdì 6 aprile alle 10 presso il Duomo di Ferentino. Titolo che richiama il tema della morte e della Resurrezione di Gesù Cristo, preso a prestito da un testo di Don Radaele Di Torrice (“Il cammino della Croce”) scritto molti anni fa per un concerto di musica corale. Richiamo opportuno per ragioni sostanziali di Fede, ma anche per una coincidenza di date, poiché l’assassinio di Don Giuseppe avvenne mentre si celebravano i riti della Settimana Santa.
La Commemorazione di quest’anno è segnata da un evento assai fortunato, considerata la scarsissima documentazione relativa alla biografia del giovane Sacerdote Partigiano: il ritrovamento, nel gennaio scorso, di sei fotografie da parte dell’architetto Giorgio Vasta, nipote dei Morosini. Materiale consegnato nelle mani di Antonio Poce, il quale ne ha dato immediata notizia al sindaco Antonio Pompeo e al parroco del Duomo, Don Giuseppe Principali. Le foto utilizzate per la produzione grafica legata alla Commemorazione di quest’anno, successivamente, saranno a disposizione dell’intera comunità cittadina.
La visione cristiana di Don Morosini lo spinse a gesti estremi, perché drammatiche erano le circostanze. Poco più che ventenne aveva già assunto posizioni critiche nei confronti di un regime che limitava fortemente le libertà dei cittadini e si andava macchiando di delitti sempre più efferati. Nel 1938, con le leggi razziali, si schierò ancora più decisamente a favore dei più deboli. Fino al fatidico 8 settembre 1943, quando la visione politica e quella religiosa si mostrarono l’una conseguenza dell’altra. Di fronte ad un intero popolo reso schiavo di un orrendo progetto di violenza, egli scelse la ribellione. Si unì a giovani generosi come lui per combattere la barbarie nazifascista. Con un solo scopo: restituire la dignità al popolo italiano, liberandolo dagli oppressori e dalla minaccia dell’annientamento.
Visioni alte, quindi, che nella mente del giovane prete guardavano già alla pace del Dopoguerra. Visioni che trovarono degnissima collocazione nella nostra Carta Costituzionale. Non riuscì a vedere né l’una né l’altra, perché gli eventi gli imposero il sacrificio estremo della vita.
Ecco perché si vuole ricordare il Prete Eroe come uno degli ispiratori della Costituzione. La libertà di cui tutti oggi godiamo la dobbiamo anche a lui; come pure la democrazia che, nonostante tutti i suoi limiti, ha saputo resistere a prove durissime e saprà preservare i valori fondamentali della nostra civiltà anche di fronte al riemergere di odi razziali. Il Comune di Ferentino intende proseguire nella scelta che ci impegna a riscoprire e a far conoscere meglio la figura di Don Giuseppe. Si è iniziato quattro anni fa, commissionando un approfondito lavoro di ricerca sulla biografia, condotto con passione da Antonio Poce, che è culminato con la pubblicazione del libro “Il valore della memoria”.
La manifestazione di domenica 25 marzo, proseguendo nella direzione tracciata, vuole rendere omaggio all’illustre ferentinate attraverso un’arte che ha costituito la sua grande passione: la musica. Dopo la commemorazione, tenuta quest’anno da Giuseppe Sircana, il Coro dell’Università di Tor Vergata di Roma, diretto da Stefano Cucci, eseguirà tre brani originali per doppio coro e percussioni, composti per l’occasione da Antonio Poce su testi tradizionali della Passione. I brani saranno intercalati dalla lettura di testi di Don Radaele Di Torrice, dai quali è stato tratto il titolo di questa Celebrazione. Infine, verrà eseguita la celebre Ninna nanna, composta da Don Giuseppe nel carcere di Regina Coeli per un bambino che doveva nascere, figlio del suo compagno di cella Epimenio Liberi.
Questo brano, trascritto per coro da Antonio Poce, unisce alla particolare suggestione del canto infantile una singolare e ancora più tragica rappresentazione degli eventi, essendosi trasformato in un involontario canto di morte. Giovanna, una giovane di Civita Castellana, moglie del giovanissimo Epimenio, quando ebbe la tragica notizia che tra le vittime delle Fosse Ardeatine c’era anche suo marito, perse quel bambino. La mattina del 25 marzo 1944 madri, figli e congiunti corsero alle cave sull’Ardeatina, alla disperata ricerca dei loro cari. A quelle scene strazianti di dolore si aggiunse, il giorno seguente, un’altra “Pietà”: riservata, silenziosa, ma non meno intensa. Fu quella che si consumò nella casa di Giovanna, quando guardò con infinita tenerezza quel feto innocente appena estratto da mani pietose. Non aveva più lacrime Giovanna. Nessuno aveva più parole di fronte alla malvagità di uomini spregevoli che avevano negato a quel bambino il diritto di nascere vivo.
Mai Don Giuseppe avrebbe potuto immaginare che quella Ninna nanna, scritta con tanto affetto, si sarebbe trasformata in un canto di morte. Che una melodia così delicata avrebbe richiamato la terribile angoscia di una giovane madre e assunto per sempre il significato e la potenza di uno dei più dolorosi Stabat Mater mai ascoltati.

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