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Orrore tra i ghiacci russi, trovate 54 mani in un sacco

Ventisette paia di mani mozzate, che moltiplicate per due fanno cinquantaquattro. Cinquantaquattro mani prive di proprietari, chiuse in un sacco abbandonato lungo le rive del fiume Amur, dalle parti di Vladimirovka, introvabile paese perso nell’immensità ghiacciata al confine tra Russia e Cina. Siamo in Siberia, dove in questi giorni si registrano temperature oscillanti fra i -20 e i -40°. Volpi? Ermellini? Qualche naso sopraffino ha sentito qualcosa, sotto la neve. Zampe unghiute hanno scavato, ma non hanno fatto in tempo a impadronirsi del bottino. Ed ecco l’orrore, come si è presentato agli occhi di due taglialegna che andavano a vedere di rimediare qualche pesce giù al fiume.
Un ramoscello contorto, sembrava. «Che strano, sembra la mano di un morto. Quelle mani adunche che quando fai dei brutti sogni sembra che ti afferrino alla gola». Questo ha raccontato Ivan d’aver pensato. Così, senza parere, Ivan ha dato a quella «radice contorta» un colpetto con lo stivale ed eccolo impietrito. Non è una radice. È una mano, una mano vera, una mano nerastra amputata di netto all’altezza del polso.
Ivan si china, guarda meglio, scava con la punta dello stivale. Sotto un mezzo palmo dell’ultima neve, quella caduta nella notte, di mani ne saltano fuori altre tre e poi un’altra, e un’altra ancora. Ivan e suo cognato Andrej fanno a chi corre più veloce. E gridano intanto, chiamano aiuto, urlano a squarciagola più per farsi passare la paura che per dare l’allarme. Un telefono, presto. La polizia! A Vladimirovka la notizia si sparge in un baleno. Gli uomini si infilano i valenki, afferrano un’ascia, una carabina, si va al fiume a vedere e con un’ascia in mano, un fucile, ci si sente meglio in certi momenti.
La polizia arriva in un lampo. Si scava, si rivolta la neve, si fruga in un’area di dieci metri quadrati, fino a quando un rampino si impiglia in qualcosa di grosso, di cedevole. È un sacco. Il grosso del bottino è lì. Sulle rive dell’Amur prende corpo lo spaventoso timore di un mostro sanguinario con occhi a mandorla.
I poliziotti chiamano rinforzi. Arrivano quelli della Scientifica, si fotografano le mani, si mettono in fila, si cerca di formare le coppie giuste. Mani grandi, mani piccole, mani tagliate da poco, mani scheletrite, mani di colore diverso a seconda del momento in cui sono state tagliate. Si prenderanno le impronte digitali, se si potrà. Si faranno i possibili tentativi col Dna, ma nessuno si fa illusioni. Il giallo delle mani mozzate ha l’aria di voler restare quel che è: un atroce, dannato mistero.
Le ipotesi, naturalmente, si sprecano. Vince chi la spara più grossa. Arti recisi dai cadaveri di un obitorio e congelati per essere rivenduti ai trafficanti di organi, opina uno. Oppure tagliati e fatti sparire, magari dopo una rappresaglia tra clan della mafia, per impedire l’identificazione di alcuni corpi, suggerisce un altro. E se invece fosse stata una punizione, una specie di legge del taglione inflitta a una banda di zingari accusati di furto? Ma no, ma no, dicono i testimoni dell’orrore intervistati dal Siberian Times. Questa è l’opera di un serial killer. Un pazzo. Una specie di Hannibal Lecter.
Strada facendo si irrobustisce il sospetto che le mani siano “avanzi” ospedalieri. Qualcuno ha visto delle garze, dei tamponi, roba che sembra provenire da una sala operatoria. Ma è un’ipotesi come le altre. Il mistero delle mani mozzate resta inviolato. Una punizione atroce. E i proprietari di queste “appendici”? Che ne è di loro? Chi erano? Il mistero sembra destinato a restare sepolto nel ghiaccio. (Luciano Gulli – Il Giornale)

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