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È stato l’allenatore che ha dato il via ai successi dell’era Stirpe, oggi Daniele Arrigoni è in pensione: “Mi godo i miei figli”

A sentirlo parlare ora sembra un corpo estraneo all’interno di un sistema che lo ha rigettato a più riprese. Invece Daniele Arrigoni, sedici anni da difensore, due in più da tecnico, è la personificazione dell’ideale pace con se stessi. Tanti bivi nella sua vita, uno tremendo, non solo per lui, in granata. Ma oggi, a un’età in cui la maggior parte delle persone “normali” nemmeno può permettersi di pensare a certi stop, lui rivendica la sua scelta. Non per coraggio, ma per onestà.
«Ho sempre detto, anche in tempi non sospetti, che sarei andato in pensione a 52-53 anni e così ho fatto – racconta l’allenatore che ha dato il via ai successi del Frosinone di Maurizio Stirpe -. Avrei potuto continuare solo in caso di chiamate da squadre importanti, ma nella mia vita quando mi è capitato è andata male, tipo con il Toro. Quella è stata una tragedia sportiva, ho visto piangere 5.000 tifosi, ma ho pianto anche io. Era la squadra giusta per il mio carattere sanguigno, era un sogno. L’esperienza al Toro ha condizionato la mia carriera perché se fosse andato tutto per il verso giusto magari avrei avuto altre prospettive. Ma, comunque, la mia carriera non sarebbe stata molto più lunga di quanto è stata. La decisione era già stata presa».
«Adesso ho 59 anni, sono andato in pensione a 53 – prosegue Arrigoni -. Non avrei mai allenato fino a 70 anni come qualche mio collega. Ci vuole energia per stare ogni giorno sul campo due ore e mezza a stimolare tutti quelli intorno a te ed è qualcosa che ti consuma. Io facevo l’allenatore 24 ore su 24, no stop anche d’estate. Era pesante. Non avevo mai provato a viaggiare, ho due figli che per anni posso dire di aver visto come due sconosciuti sotto certi punti di vista. Ho iniziato a conoscerli meglio solo quando ho smesso, ma nel 2012 avevano già 25 e 17 anni. È stata dura perché erano già grandi e si sono resi conto solo allora cosa vuol dire avere un padre a tempo pieno nella loro vita. C’erano degli aspetti di loro a me totalmente sconosciuti».
«Le mie occasioni le ho avute: ho giocato e allenato in tutte le categorie, partendo dal basso fino ad arrivare alla Serie A. Dopo l’ultimo anno con il Cesena in A le offerte sono arrivate, ma volevano parlare solo di soldi, non di progetti. È triste perché quando mi contattavano io chiedevo notizie sulla squadra, sui giocatori e, invece, l’unica cosa che interessava loro era il mio stipendio. Se accettavi le loro condizioni, potevi fare l’allenatore. Allora declinavo. Una volta, due, tre. Poi basta, ho capito che era tempo di smettere».
«Non torno indietro. Sono serenissimo, anzi sto proprio bene. Molti miei ex compagni mi chiedono il perché di questa decisione e io rispondo che sto bene così. Secondo me bisogna vivere di emozioni importanti e se uno non le ha, amen. Ho sentito di dover lasciare perché negli ultimi anni mi accorgevo di aver bisogno di pause ogni tanto, non ce la facevo a reggere quei ritmi. Io ho avuto la possibilità di allenare il Toro e dopo non mi sono più capitate squadre di quel livello. Tutti hanno dei limiti, ma se a un certo punto vedi che non hai la possibilità di allenare le grandi squadre ti cadono le motivazioni. Andare ad allenare in Serie B per vivacchiare sei mesi e poi ti cacciano non fa per me, sono fatto così. Ci sono andato vicino più volte a fare il salto nella mia carriera, però non è successo. Va bene così, quello che dovevo fare l’ho fatto. Io sono tranquillo con me stesso».
«Dopo qualche anno dal mio stop volontario la Federazione mi ha chiamato per gestire le rappresentative di Lega Pro. Ora mi occupo della Under 15 e della Under 17. Vado a vedere le partite in giro la domenica e poi li metto in campo per i tornei e gli impegni ufficiali. Con questi ritmi riesco a coniugare il lavoro che mi piace e la famiglia, mi sto divertendo un casino. Come si suol dire, sono nel mio».
«Il nostro scopo è quello di mettere questi ragazzi in mostra per le società più importanti. Vorrei terminare al meglio questo lavoro e tra un paio d’anni vedere qualcuno di questi giovani arrivare in A o in B. E dopo basta col calcio. I miei figli mi faranno diventare nonno presto e a quel punto sarà finita sul serio».

A cura di Marco Parella – Toro News

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