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Frosinone, alla Villa comunale in mostra i lavori preparatori degli affreschi eseguiti a Rodi da Pietro Gaudenzi

Una suggestiva mostra, una delle più importanti della Rassegna d’arte contemporanea di Frosinone. È quella che vedrà esposti i cartoni preparatori di Pietro Gaudenzi per il ciclo di affreschi, oggi perduti, del Castello dei Cavalieri di Rodi, ricostruito nel 1936 dal Governatorato italiano nell’isola del Peloponneso. In mostra c’è un pezzo della nostra storia e dell’arte italiana del Novecento del colonialismo fascista e della sua successiva damnatio memoriae.
In collaborazione con la Galleria Laooconte di Roma, le opere saranno in mostra presso la Villa Comunale di Frosinone per tutto il mese di ottobre.
La mostra è a cura del direttore artistico Alfio Borghese e della dottoressa Martina Bocconi.
Pietro Gaudenzi nacque a Genova nel 1880 dove frequentò l’Accademia Ligustica. A Roma si trasferì nel 1904, avendo conquistato un pensionato. Nella Capitale sviluppò una pittura naturalistica dal tratto neoimpressionista che negli anni virò verso il Purismo. Un’arte plastica, popolata da figure pensose e ieratiche, da corpi composti nella loro possente e tridimensionale fisicità. Un’arte religiosamente ispirata, nella quale per esempio il grande dipinto dello Sposalizio, esposto nel 1932 alla Biennale di Venezia e diventato una sorta di manifesto dello stile purista, allude nel banchetto nuziale a un’Ultima Cena oppure, nell’incontro di due giovani commensali, alla Visitazione della Vergine. Verranno esposti i nove cartoni preparatori degli affreschi di Rodi, colorati a pastello, delicati nel tocco. L’altra sala dipinta da Gaudenzi si chiamava Sala del Pane riecheggiando così la mussoliniana “Battaglia del grano”. Vi raffigurava la vita agricola di Anticoli, dove nacquero i suoi quattro figli, la mola del paese, le contadine con i fasci di spighe, una donna recante una pagnotta infiorata stretta al petto come un bambino da cullare. E ancora la Semina, la Mietitura, insomma un mondo composto e fiducioso nella sacralità fertile della Natura. Degli affreschi di Rodi oggi non vi è più traccia, le pareti mostrano solo nudi blocchi di arenaria, mentre negli anni Trenta gli inglesi che occuparono Rodi lo definirono «a fascist folly». Così l’aveva voluto Cesare Maria De Vecchi, Governatore di Rodi, che fece completamente ricostruire il castello al costo di 30 milioni di lire di allora, con scalpellini portati dalla Puglia, mosaicisti da Firenze e Venezia, artisti come appunto Gaudenzi. Ne venne fuori una costruzione scenografica che la fine del regime e della guerra svuotò di tutto, anche dei bellissimi affreschi in cui Gaudenzi raffigura un mondo contadino popolato da sacre e monumentali figure unite da un profondo legame con la madre terra.

 

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