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Roma, i pm chiedono 10 mesi per Virginia Raggi. Lei si sfoga: abbandonata dal M5S

Per Virginia Raggi quella appena trascorsa potrebbe essere stata l’ultima notte da sindaco della Capitale. Arriverà oggi la sentenza del processo che la vede imputata per falso. Se sarà condannata, «il codice etico parla chiaro», ha detto ieri mattina Luigi Di Maio: dovrà quindi rassegnare le dimissioni. Una frase che, qualunque sarà l’epilogo processuale, non ha fatto altro che dare al sindaco la conferma di un pensiero doloroso: «Mi hanno abbandonata».
Ieri, al termine di un’udienza fiume, la Procura di Roma ha chiesto una condanna a 10 mesi di reclusione per Raggi, accusata di aver dichiarato il falso in relazione alla nomina a capo del dipartimento Turismo di Renato Marra, fratello del suo ex braccio destro Raffaele. Una promozione, questa, che avrebbe comportato per l’ex comandante dei vigili urbani un incremento di stipendio da 20 mila euro. Raggi, secondo l’aggiunto Paolo Ielo e il pm Francesco Dall’Olio, affermando di aver deciso la promozione senza intromissioni esterne avrebbe mentito all’Anticorruzione del Comune. Sarebbe stato Raffaele Marra – sostiene l’accusa – a gestire la nomina del proprio fratello e non Raggi, come dimostrerebbero i messaggi scambiati tra i due, in cui il sindaco si mostra incredula e amareggiata per l’aumento di stipendio che la promozione avrebbe comportato.
Secondo Ielo e Dall’Olio, un doppio movente avrebbe spinto Raggi a dichiarare il falso. Il primo è che nel dicembre del 2016, quando cioè il sindaco dichiarò il presunto falso, vigeva il vecchio codice etico del M5S che prevedeva per chiunque fosse sottoposto ad indagini l’obbligo di rassegnare le dimissioni. E quindi, ha spiegato l’aggiunto Ielo, «se Raggi avesse detto la verità e avesse riconosciuto il ruolo di Raffaele Marra nella scelta del fratello, l’apertura di un procedimento penale a suo carico sarebbe stata assai probabile» comportandone immediatamente la decadenza da sindaco. Il secondo movente, invece, riguarda l’intenzione di Raggi di difendere il suo ex braccio destro Raffaele Marra perché – ha continuato il magistrato – «era l’uomo che faceva girare la macchina del Campidoglio e per questo andava protetto». Ricostruzione ampiamente condivisa dal pm Dall’Olio, secondo cui «in questa realtà Marra ci mette la manina, anzi no, la manona». E Dall’Olio sostiene che questo sia un processo semplice, perché «è pacifico che si tratti di un falso ideologico». Nell’udienza è stata ascoltata anche l’ex capo di gabinetto di Raggi, Carla Romana Raineri, che ha raccontato di un «sindaco teleguidato» come una zarina da due persone: l’ex Richelieu del Campidoglio, Raffaele Marra, e l’ex capo della segreteria politica, Salvatore Romeo.
Una testimonianza a cui ha controbattuto Raggi: «La deposizione di Raineri mi è sembrata surreale. In questo processo si parla di un mio presunto falso e per quatto ore abbiamo ascoltato parole simili a gossip». Il sindaco, subito dopo, ha affrontato anche il tema dell’ex codice etico del M5S. Un documento tutt’altro che garantista in cui la parte «relativa agli indagati non è stata mai applicata», ha fatto notare Raggi, se non «nel solo caso del sindaco di Parma Federico Pizzarotti». In quell’occasione, però, Pizzarotti non aveva comunicato ai vertici del Movimento la propria iscrizione nel registro degli indagati e per questo, sostiene Raggi, arrivò la sua sospensione.
Dal Movimento sperano che questo processo si concluda con un’assoluzione, ma se così non fosse, viene scartata con forza ogni ipotesi di salvataggio. Le dimissioni e l’autosospensione dal Movimento sono l’unica opzione in caso di condanna. Per i vertici, la barca romana può affondare. «Viene vissuta ormai come un fardello», ragiona il sindaco con chi le è rimasto vicino, nelle stanze sempre più fredde del Campidoglio. Raggi è provata e sente di essere stata lasciata sola nei giorni più difficili della sua amministrazione. Solo un’assoluzione – ragionano all’interno del Campidoglio – potrebbe darle nuovo slancio, «perché sembra aver finito le energie».

Fonte: Federico Capurso e Edoardo Izzo – La Stampa

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