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Pavia, il colosso Heineken contro un piccolo birrificio: “Cambiate nome alla vostra birra”

Heineken contro il Birrificio Gambolò: la birra non potrà più essere prodotta a causa dei provvedimenti paventati dal gigante di Amsterdam.
Simone Ghiro, colui che sta dietro al marchio del Birrificio Gambolò, l’aveva battezzata così prima ancora di aprire la sua attività: “Gasoline”, il combustibile per il mastro fuochista delle grigliate tra amici, birra nata nella culla dell’homebrewing e vissuta per anni tra le proposte del microbirrificio lomellino insieme alla sorella, “Gasoline super”. Entrambe sono morte una manciata di giorni fa, senza speranze di risurrezione.
Fatale la raccomandata inviata, sul finire di ottobre, da uno studio legale di Milano, in nome e per conto di Heineken Italia S.p.a.. Con tale missiva il secondo gruppo al mondo – e primo in Europa – nel settore della produzione di birra, significava «comprensibili stupore e preoccupazione» nell’apprendere che una piccolissima realtà brassicola della provincia di Pavia, autonoma persino nella distribuzione, avesse utilizzato un nome registrato in Italia dal colosso olandese già nel 2002.
Praticamente Simone, nel ruolo di un re Davide sprovvisto di fionda, ha ricevuto una diffida dall’utilizzo del marchio Gasoline in associazione ai suoi prodotti, nonché la prescrizione di distruggere etichette, brochure e tutto il materiale promozionale online e offline legato alla bionda del Birrificio Gambolò. Nella stessa lettera Heineken precisava, inoltre, di aver «già conferito incarico di agire giudizialmente» nei confronti del microbirrificio, prospettiva che si sarebbe concretizzata qualora Simone non avesse dato seguito alle richieste della società di Amsterdam.
«All’inizio – spiega Simone Ghiro – ho provato amarezza, per non dire rabbia. La “Gasoline” è stata la primissima birra prodotta da Birrificio Gambolò, continuare a realizzarla con un nome differente non avrebbe avuto senso. Sarebbe stato come rinnegare la nostra storia aziendale. Così ho trasformato un problema in opportunità, introducendo nella nostra gamma due nuove birre: la Midgard, una IPA, e una Gose che uscirà a febbraio».
Certo, c’è un tema che va al di là del torto e della ragione, dicotomia che in questi casi è meglio lasciare al palato di chi meglio mastica la giurisprudenza. Difficile non provare un po’ di stupore, e magari anche un pizzico di preoccupazione, quando si scopre che le multinazionali della birra non mancano di attenzionare con intransigenza l’operato di minuscole aziende artigiane estranee alla grande distribuzione – come Birrificio Gambolò – al punto di paventare le vie giudiziali quando si tratta di metterle in riga. Che i giganti dell’industria birraria si sentano in qualche misura minacciati dal diffondersi dei microbirrifici? C’è forse irritazione per l’ascesa di un movimento improntato alla qualità produttiva più che alla quantità di birra immessa sul mercato? Chissà. Di sicuro Simone, che ha utilizzato il nome “Gasoline” in totale buona fede, mai si sarebbe aspettato di entrare un giorno nella sfera d’interesse di Heineken, men che meno di dover cancellare una delle proprie birre per volere insindacabile della stessa.
Del resto, la bionda prodotta dal Birrificio Gambolò non ha davvero nulla da spartire con la doppio malto di casa Heineken. L’azienda lomellina lo ha precisato tramite il suo legale nella risposta alla diffida, evidenziando come il margine di confusione fra i due prodotti sia (o meglio, fosse) praticamente prossimo allo zero. Al di là del nome, infatti, non è ravvisabile alcun punto in comune: né lo stile, né la gradazione, né la linea grafica delle due birre sono sovrapponibili. Ancor più se si pensa che il prodotto della multinazionale, venduto in Italia esclusivamente in fusto e fino a poco tempo fa solo nei locali “Gasoline Road Bar”, è destinato al consumo di massa, mentre quello del microbirrificio si rivolge a un pubblico attento, sicuramente capace di distinguere una birra artigianale da una birra industriale.

Fonte: Giornale di Pavia

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