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Volley, Ilaria Galbusera: «Io, una leonessa che lotta in difesa dei Sordi come me»

L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio. Su Whatsapp. Vogliamo parlare con Ilaria Galbusera, 28 anni il prossimo 3 febbraio, del riconoscimento ricevuto dal Presidente della Repubblica Mattarella alla fine dell’anno e di molto altro. Ma Ilaria è Sorda, noi siamo distanti e insieme decidiamo che la chat è il modo migliore per fare l’intervista, più immediato e confidenziale della mail e poi ha le “faccine” che aiutano. «Ma sapete che dopo l’annuncio del Quirinale mi hanno chiamato decine di persone? Mi sono chiesta se avessero davvero inteso che fossi Sorda», scrive lei con emoticon che ride. Ilaria da Bergamo è, dunque, tra i trentatre eroi civili scelti da Mattarella. È stata nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana “per l’impegno e la passione con cui fa dello sport uno strumento di conoscenza e inclusione delle diversità”. Lei si definisce «una leonessa», «perché sono determinata nel raggiungere gli obiettivi e difendo i miei ideali». Questa riccioluta bellezza, eletta nel 2011 Miss Deaf World, da anni combatte infatti per l’inclusione di chi condivide la sua disabilità. Il tutto mentre lavora (in banca) e gioca alla grande a pallavolo. Ilaria è la capitana della Nazionale che opera sotto l’egida della FSSI (Federazione Sport Sordi Italia), con cui nel 2017 ha conquistato l’argento alle Deaflympics in Turchia, e anche la palleggiatrice di due squadre: la Lemen Volley in Prima categoria (udenti) e il Gruppo Sportivo L. Pavoni Brescia (sordi).

Come ha preso la notizia del riconoscimento di Mattarella?
«È stata una sorpresa immensa, mi sento ancora spiazzata. Io ho fatto soltanto quello che amo, portando avanti ciò in cui credo fermamente: una completa inclusione del mondo dei Sordi con il mondo degli udenti. Questo riconoscimento non fa altro che aumentare la voglia di continuare a impegnarmi con determinazione su questa strada, perché c’è ancora tanto da fare».

Nel 2016 ha collaborato alla realizzazione di un documentario sulle realtà dei Sordi sportivi, ma lavora anche per il progetto Champions’ Camp.
«Che organizza centri estivi per favorire l’inclusione tra bambini Sordi e udenti. Il prossimo anno arriveremo alla quinta edizione. Mi fa rabbia e mi fa male sentire di piccolini Sordi, ma anche disabili in generale, presi in giro nelle scuole. C’è bisogno di tanta informazione e sensibilizzazione su queste tematiche. La diversità è un arricchimento, non deve essere vista come una mancanza o come inferiorità».

Lei che infanzia ha avuto?
«Bellissima, i miei genitori non mi hanno fatto mancare nulla. Certo, essendo nata Sorda profonda, protesizzata a 9 mesi, c’è stato un lungo lavoro da fare, tra logopedia e musicoterapia. Mamma ha dovuto lasciare il lavoro per seguirmi. Ricordo ancora i pomeriggi passati in casa a imparare le paroline, i miei genitori e mio fratello hanno fatto tanti sacrifici, ma senza di loro non sarei qui, non sarei la donna che sono ora. Mi hanno sempre spronata a raggiungere i miei sogni. Però non è sempre stato tutto rose e fiori, le difficoltà sono state tante, soprattutto durante l’adolescenza: il passaggio alle superiori è stato duro, per la prima volta mi sono trovata a non accettare la mia sordità. Mi facevano sentire diversa, ma anche questa fase, come tutte le cose nella vita, mi è servita per maturare e crescere».

Le capita ancora di sentirsi discriminata?
«Sì, sempre. Le persone Sorde si trovano a combattere battaglie ogni giorno, dalla scuola all’Università, dal lavoro agli ospedali, oltre a tv e cinema senza sottotitoli. La sordità è una disabilità che non si vede, nasce nel momento in cui una persona si mette in relazione con chi non sente. E c’è ancora ignoranza: in molti, anche se pieni di talento, ricevono porte in faccia semplicemente perché Sordi, mentre davvero possiamo fare tutto».

Lei nel 2018 si è anche laureata.
«È vero, in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo alla Cattolica di Milano. Un traguardo che ho desiderato moltissimo».

Quali sono le sue grandi passioni?
«Pallavolo e viaggi».

Partiamo dalla seconda.
«Di recente sono stata in Norvegia e alle Maldive. Ma negli ultimi anni anche a Cuba, in Messico, in Africa, in Iran. La mia è una specie di dipendenza, ho bisogno della libertà che mi regala il viaggio. Per me è anche l’occasione per testare l’inclusione di noi Sordi negli altri Paesi: a Londra c’erano i sottotitoli anche nella pubblicità dei biscotti. Comunque sto già pensando alla prossima meta, anche se a giugno ci sono gli Europei».

Ecco, la pallavolo.
«Ho iniziato a 12 anni seguendo le gesta di mio fratello (Roberto, un passato in B1). Mi piaceva il gioco, ma soprattutto amavo le dinamiche di squadra, anzi la squadra che faceva il gioco. Venivo da uno sport individuale come il pattinaggio artistico e sono rimasta conquistata. Di certo la pallavolo mi ha aiutato molto nella vita e una volta scoperta non l’ho più mollata».

Tanto da arrivare a essere capitana delle azzurre.
«Siamo una splendida squadra, con sordità diverse, ognuna con la sua storia di vita, ma tutte belle da morire».

Durante la Deaflympics, l’Olimpiade per atleti sordi, avete fatto girare sui social il video in cui cantate l’inno con la lingua dei segni.
«Anche quella è stata una sorpresa: ha ricevuto oltre 4 milioni di visualizzazioni e ci ha permesso di dare un po’ di visibilità che mancava a questa realtà. Finalmente ci siamo “fatte sentire”. Finalmente la nostra disabilità ha iniziato a fare rumore».

Immaginiamo abbia visto le ragazze del volley ai Mondiali. Quale giocatrice le piace di più?
«Di questo ultimo torneo senza dubbio la Egonu, anche se emotivamente mi sono sentita vicina alla De Gennaro. Hanno fatto qualcosa di pazzesco».

Parliamo di questo concorso in cui è stata eletta la più bella ragazza Sorda del mondo? Sulla versione inglese di Wikipedia lei viene definita modella.
«Cosa che mai avrei voluto fare e di cui ancora un po’ mi vergogno. Ma mia nonna, sorda anche lei, con cui avevo un legame bellissimo, sognava di vedere una nipote sulle passerelle e io sono l’unica femmina. Si è ammalata di un brutto male che in pochi mesi me l’ha portata via e in ospedale le ho promesso che mi sarei iscritta. A gennaio del 2011 è morta, io non volevo più partire, ma mia madre mi ha detto che una promessa va sempre mantenuta. E così l’8 luglio 2011 ho vinto. Che ci sia stato lo zampino di nonna da lassù?».

Forse, ma la sua bellezza è oggettiva. Pensa l’abbia aiutata nella vita?
«Non saprei, io di mio sono aperta e solare, mi definirei una persona semplice e innamorata della vita».

Che rapporto ha con i social?
«Ci stanno aiutando molto. Tutti stanno col telefono in mano a scrivere, ormai le chiamate sono rare. Meglio per noi. Sono anche contenta della nuova app di Skype che consentirà di avere i sottotitoli durante le videochiamate, utilissimo anche sul lavoro».

Allora tanti auguri per questo 2019, Cavaliere.
«Non mettetevici anche voi. Già il cenone di Capodanno con gli amici è stato tutta una presa per il c… Cavaliere di qua, Cavaliere di là. Sono contenta e orgogliosa, ma resto sempre e semplicemente Ilaria».

Fonte: Elisabetta Esposito – La Gazzetta dello Sport

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